L'Unità d'Italia
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- Categoria: Dal Congresso di Vienna alle Guerre Mondiali
- Pubblicato Giovedì, 30 Giugno 2011 18:06
- Scritto da François Burgay
In questa unità
- 1 Dopo il 1848
- 2 Verso la seconda guerra d'indipendenza
- 3 La seconda guerra d'indipendenza
- 4 La spedizione dei Mille
- 5 La nascita dell'Italia
- 6 Il post-unificazione: la Destra
- 7 La terza guerra d'indipendenza e Roma Capitale
DOPO IL 1848
La Prima guerra d’Indipendenza (1848-1849) era fallita. Dopo un’iniziale fase di successi, essa si concluse con la sconfitta di Custoza. Garibaldi, che si era messo a capo di un manipolo di uomini per difendere strenuamente la neonata Repubblica romana dai francesi e dagli austriaci, venne sconfitto e fuggì dapprima a Nizza poi in Sud America (a causa di una condanna a morte).
Il movimento risorgimentale si riunì e riorganizzò a Torino, sotto il controllo della monarchia sabauda, forse l’unica che aveva l’interesse e le possibilità di riprendere i progetti di unità nazionale.
Un problema al quale bisognava far fronte era legato anche alle grandissime differenze che esistevano tra Nord e Centro-Sud. Se in Piemonte ed in Lombardia, fin dagli anni ’40 era in atto un processo di modernizzazione (strade, ferrovie, industrie…), altrove le condizioni erano ben diverse, dominava infatti il grande latifondo (al Sud) e la mezzadria (al Centro).
Da non sottovalutare il problema legato all’analfabetizzazione: appena un “italiano” su dieci sapeva leggere e scrivere. Questo quadro d’insieme dovrebbe far capire come il processo di Unità Nazionale non era spinto da motivazioni socio-economiche ovunque percepite, bensì dalla passione e dalle energie politiche di pochi uomini.
VERSO LA SECONDA GUERRA D'INDIPENDENZA
Succedette a Carlo Alberto, Vittorio Emanuele II che dovette fronteggiare una situazione estremamente complicata: la sconfitta nella Prima guerra e il Parlamento che rifiutava lo Statuto Albertino appena approvato.
Vittorio Emanuele II decise di sciogliere la Camera, ma al contrario di quanto fecero gli altri sovrani, mantenne un profilo “basso” conservando la Carta Costituzionale e mantenendo, la monarchia costituzionale.
Nacque così il primo governo di Vittorio Emanuele II diretto da Massimo d’Azeglio che introdusse il principio di laicità dello stato.
La seconda Presidenza del Consiglio fu retta Camillo Benso conte di Cavour, colui che passerà alla storia come il vero artefice politico dell’unificazione nazionale. Ostile alle rivalità tra sinistra e destra, propose una politica “centrista” che prevedeva la confluenza di aristocratici liberali e rappresentanti della borghesia moderata .
Per unificare l’Italia, Cavour avrebbe avuto bisogno dell’aiuto degli inglesi e/o dei francesi: come? La guerra di Crimea fu l’occasione perfetta per tessere dei proficui rapporti diplomatici con i francesi.
Al Congresso di Pace di Parigi che seguì la suddetta guerra, Cavour riuscì a mettere in evidenza i problemi italiani: il malgoverno e le condizioni disastrose in cui versava il Regno delle Due Sicilie. A tal proposito evidenziò come questa situazione potesse dare origine a nuove sommosse repubblicane proponendosi come unica forza in grado di attuare un progetto istituzionale affidabile.
L’occasione che mosse la Francia a supportare le idee di Cavour fu l’attentato a Napoleone III da parte di un agente mazziniano: Felice Orsini. Questo episodio fece capire all’imperatore francese quanto fosse indispensabile un intervento in Italia per frenare qualsivoglia fermento rivoluzionario.
LA SECONDA GUERRA D'INDIPENDENZA
Ci si stava avviando quindi verso la Seconda guerra d’Indipendenza. Cavour e Napoleone III si incontrarono segretamente a Plombières e studiarono le mosse future. Il Piemonte avrebbe dovuto provocare l’Austria che gli avrebbe dichiarato guerra. La Francia sarebbe quindi scesa in campo a fianco degli aggrediti. Una volta sconfitti gli austriaci, il Lombardo-Veneto sarebbe stato ceduto al Regno di Sardegna che avrebbe così potuto allargarsi fino all’Adriatico. In cambio dell’aiuto militare francese, Cavour cedeva Nizza e la Savoia e gli stati dell’Italia centrale sarebbero stati sotto il controllo di un principe francese.
E così avvenne: gli austriaci caddero nella trappola e vennero sconfitti più volte: tra le battaglie più importanti spicca la battaglia di Magenta che permise la trionfale entrata dell’esercito franco-piemontese a Milano (8 Giugno 1859).
Nel frattempo numerosi movimenti nazionalisti si svilupparono in diverse città dell’Emilia-Romagna e della Toscana. Questi eventi, non previsti, costrinsero Napoleone III a firmare l’armistizio con gli austriaci a Villafranca (Luglio 1859). Egli infatti era intimorito dalla possibilità che nuovi moti rivoluzionari si potessero propagare e portare al fallimento dell’accordo di Plombières.
Quello che poteva essere considerato un mezza sconfitta, così non si rivelò perché, tra la fine del 1859 e i primi mesi del 1860, l’Emilia-Romagna e la Toscana scacciarono definitivamente i propri governanti e chiesero l’annessione al Regno di Sardegna.
Questo aprì le prospettive ad un progetto più ampio: non solo la conquista della Lombardia, ma anche l’ottenimento di alcune regioni del centro Italia. Cavour riuscì ad ottenere l’appoggio inglese e trattò con Napoleone III per favorire l’annessione dell’Italia centrale al Piemonte in cambio della Savoia e Nizza. Fu così che l’11 e il 12 marzo 1860 due nuove regioni entrarono nell’orbita sabauda.
Quello che Cavour non si sarebbe mai immaginato stava verificandosi. In effetti le pressioni di molti gruppi mazziniani del Sud Italia convinsero Giuseppe Garibaldi a intraprendere una spedizione rivoluzionaria in Sicilia. Lo stesso Conte, prendendo le distanze, lasciò libero Garibaldi di organizzare l’impresa. In questo modo egli si sarebbe dichiarato estraneo alla faccenda in caso di fallimento, o, se Garibaldi fosse riuscito nel tentativo, il governo piemontese avrebbe fatto la figura del promotore di questa straordinaria avventura politica.
LA SPEDIZIONE DEI MILLE
Garibaldi si imbarcò a Quarto (nei pressi di Genova) con due navi e un migliaio di volontari il 5 Maggio 1860 e qualche giorno dopo arrivò a Marsala. In un mese sconfisse una strenua resistenza borbonica a Calatafimi e conquistò Palermo. Il 5 novembre dello steso anno un plebiscito popolare sancì definitivamente l’annessione dell’Isola al Regno Sabaudo.
Dalla Sicilia Garibaldi proseguì verso la Calabria dove arrivò il 20 Agosto dell’anno seguente dove iniziò la conquista del Sud Italia per il completamento dell’Unità Nazionale.
Garibaldi, politicamente parlando, rappresentava una sorta di via di mezzo tra i democratici e i sabaudi. I primi lo vedevano come un traditore in quanto faceva la rivoluzione in nome di Vittorio Emanuele II. I secondi non apprezzavano il fatto che l’Unità d’Italia venisse realizzata da un gruppo di rivoluzionari. Ecco perché se da un lato tutti speravano che Garibaldi avesse successo nella sua impresa, non è da nascondere la speranza di un suo fallimento fosse comunque presente in entrambe le fazioni.
Con l’annessione del Sud nacquero però i primi problemi, in particolar modo in Sicilia. In effetti, se per i Garibaldini, la sconfitta dei Borboni rappresentava un modo per conseguire l’unità nazionale, per i contadini questa era l’occasione per ribellarsi a secoli di soprusi (per altro i nuovi esponenti della borghesia liberale si stavano sostituendo ai vecchi aristocratici nell’accaparramento dei terreni). Un episodio significativo fu quello di Bronte, alle pendici dell’Etna. Qui infatti i contadini massacrarono numerosi esponenti dell’élite locale. Garibaldi che non voleva che la sua rivoluzione si confondesse con una rivolta agraria inviò il generale Nino Bixio a sedare i tumulti che eseguì numerose e sommarie condanne a morte.
LA NASCITA DELL'ITALIA
La possibilità che si potesse formare una repubblica indipendente del Sud allarmò i vertici della classe dirigente piemontese tant’è che l’esercito piemontese avanzò lungo la penisola fino ad occupare Marche ed Umbria per raggiungere quello garibaldino nella località di Teano. Qui Giuseppe Garibaldi, con un atto di estrema fedeltà, cedette l’ormai ex Regno delle Due Sicilie alla corona di Vittorio Emanuele II. L’unità si compié il 26 Ottobre 1860 e il 17 marzo 1861, dopo ulteriori annessioni, Vittorio Emanuele II venne proclamato dal primo Parlamento nazionale Re d’Italia. Lo Statuto Albertino venne allargato su tutto il territorio nazionale e questo fu anche un messaggio assai chiaro alle altre potenze europee: la monarchia sabauda era riuscita a sopprimere ogni disordine. La capitale inizialmente fu Torino, successivamente venne spostata a Firenze per rassicurare i francesi che non si sarebbe conquistata Roma. Il trasferimento non fu indolore: si verificarono numerosi scontri a Torino per protestare contro il declassamento della città e la folla lasciò sul terreno più di cinquanta morti.
Da ricordare che Garibaldi aveva provato a conquistare Roma in più di un’occasione, ma tutti i suoi tentativi fallirono perché fermati dapprima dall’esercito inviato dal Governo, poi dai soldati francesi e pontifici.
IL POST-UNIFICAZIONE, LA DESTRA
Per la prima volta nella sua storia, se si esclude l’età romana, l’Italia era finalmente unita. Mancavano Roma e le regioni del Nord-Est. Nel Giugno del ’61 morì Cavour, lasciando un’eredità difficile. Celebre la frase di Massimo d’Azeglio: “Il primo bisogno d'Italia è che si formino Italiani dotati d'alti e forti caratteri. E pure troppo si va ogni giorno più verso il polo opposto: pur troppo s'è fatta l'Italia, ma non si fanno gl'Italiani” da cui deriva il motto: "Fatta l'Italia bisogna fare gli italiani".
Gli esponenti della Destra storica, naturali eredi di Cavour, misero in atto delle politiche economiche e sociali che non fecero altro che aumentare la distanza tra Nord e Sud del Paese rafforzando anziché indebolendo il sistema latifondista. Questi divari esplosero nel fenomeno del brigantaggio che fu represso con la violenza grazie all’intervento dell’esercito.
In questo periodo fu particolarmente evidente, come si è più volte detto, la differenza tra il paese legale (classe dirigente) e paese reale (i restanti 22 milioni di abitanti poveri analfabeti e senza nessun diritto di voto dal momento che la legge elettorale del ’60 richiedeva l’appartenenza ad un ceto molto alto per poter esprimere le proprie preferenze politiche).
I problemi che la Destra doveva affrontare riguardavano l’unificazione amministrativa, legislativa e finanziaria, la definizione dei rapporti con la Chiesa e il completamento del progetto di unificazione con l’annessione del Veneto e di Roma.
I provvedimenti più importanti presi dal governo furono: l’unificazione dell’esercito, la coscrizione obbligatoria, la legge Casati sulla pubblica istruzione (che si rivelò inefficace nelle aree più povere perché sebbene sancisse la gratuità della scuola elementare, affidò l’onere finanziario ai Comuni), l’unificazione doganale e numerose imposte per far fronte ad un debito pubblico assai evidente come l’imposta sul macinato e la vendita di numerosi beni ecclesiastici.
Questi rigidi provvedimenti consentirono allo Stato di raggiungere il pareggio del bilancio nel 1875.
LA TERZA GUERRA D'INDIPENDENZA E ROMA CAPITALE
Approfittando della rivalità tra Austria e Prussia, l’Italia, emarginata la Francia perché accusata di tradimento per averla abbandonata al momento della vittoria finale, decise di allenarsi con la Prussia in modo da piegare definitivamente l’Austria.
La Terza guerra d’Indipendenza iniziò nel Giugno del 1866 e, se per la Prussia significò successo, per i nostri colori non si poté dire lo stesso. Nonostante la superiorità numerica (258.000 uomini contro i 100.000 austriaci), le operazioni militari non vennero eseguite in modo coordinato. Le perdite nel nostro contingente furono di molto inferiori a quelle nemiche, ma agli occhi dell’opinione pubblica questa fu una sconfitta a tutti gli effetti perché le linee nemiche non vennero sfondate (battaglia di Custoza). Fortunatamente grazie alla vittoria degli alleati, l’Italia ottenne Venezia (23 Agosto 1866 in seguito all’accordo di pace di Praga tra Austria e Prussia), ma non Trento, Trieste e Roma.
Dopo la vittoria contro gli austriaci, i Prussiani si spinsero contro i francesi per il completamento del loro progetto di unità nazionale. Tant’è che nel 1870 scoppiò il conflitto tra le due nazioni che vide la vittoria della Prussia con conseguente unificazione della Germania con l’annessione dell’Alsazia e della Lorena.
La caduta di Napoleone III era l’evento che i vertici italiani aspettavano da tempo: perso il suo difensore naturale, lo Stato Pontificio era vulnerabile tant’è che il 20 settembre 1870 fu aperta a cannonate una breccia nelle mura della città all’altezza di Porta Pia. I bersaglieri presero il controllo della città sotto il comando del generale Cadorna e costrinsero il Papa a rifugiarsi nei palazzi del Vaticano. Il Papa reagì alla sua condizione di “esule” con il non expedit (“non conviene”) che vietava ai cattolici di partecipare alla vita politica italiana, pena la scomunica. Una vittima illustre fu Allessandro Manzoni.
Caduto il millenario Stato Pontificio, Roma diventò capitale del Regno d’Italia.


