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Tomasi da Lampedusa - Analisi e commento de Il Gattopardo


RIASSUNTO

Il libro inizia con questa frase: "Nunc et in hora mortis nostrae. Amen".
Il Gattopardo narra delle vicende dell'antenato dello stesso autore, Don Fabrizio Corbera, Principe di Casa Salina, e della sua famiglia tra il 1860 e il 1910, in Sicilia (a Palermo e nel feudo ragusano di Donnafugata).
Don Fabrizio è padre di sette figli ed è esponente di un casato che per secoli "non aveva mai saputo fare neppure l'addizione delle proprie spese e la sottrazione dei propri debiti" . Il principe possedeva forti inclinazioni alle matematiche; aveva applicato queste all'astronomia e ne aveva tratto sufficienti riconoscimenti pubblici e gustosissime gioie private. All'inizio del primo capitolo si parla di un cadavere rinvenuto nel giardino di Casa Salina “il cadavere di un giovane soldato del quinto battaglione cacciatori, che ferito nella zuffa di san Lorenzo contro le squadre dei ribelli era venuto a morire, solo, sotto un albero di limone. Lo avevano trovato bocconi nel fitto trifoglio, il viso affondato nel sangue e nel vomito, le unghia confitte nella terra, coperto dai formiconi; e di sotto le bandoliere gl'intestini violacei avevano formato pozzanghera.”
Nel maggio 1860, dopo lo sbarco di Garibaldi in Sicilia, Don Fabrizio assiste con distacco e con malinconia alla fine del suo ceto. La classe aristocratica capisce che ormai è prossima la fine della sua supremazia: infatti approfittano della nuova situazione politica gli amministratori e i mezzadri, la nuova classe sociale in ascesa. Don Fabrizio, appartenente ad una famiglia di antica nobiltà, viene rassicurato dal nipote Tancredi, che, pur combattendo nelle file garibaldine, cerca di far volgere gli eventi a proprio vantaggio. Quando, come tutti gli anni, il principe con tutta la famiglia si reca nella residenza estiva di Donnafugata, trova come nuovo sindaco del paese Calogero Sedara, un borghese di umili origini, rozzo e poco istruito, che si è arricchito ed ha fatto carriera in campo politico. Tancredi, che in precedenza aveva manifestato qualche simpatia per Concetta, la figlia maggiore del principe, si innamora di Angelica, figlia di don Calogero, che infine sposerà, abbagliato sicuramente dalla sua bellezza, ma attratto anche dal suo notevole patrimonio.

 Un altro episodio significativo è l'arrivo a Donnafugata di un funzionario piemontese, il cavaliere Chevalley di Monterzuolo, che offre a Don Fabrizio la nomina a senatore del nuovo Regno d'Italia. Il principe però rifiuta, sentendosi troppo legato al vecchio mondo siciliano, citando come risposta al cavaliere la famosa frase: "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi". Specchio della realtà siciliana, questa frase simboleggia la capacità di adattamento che i siciliani, sottoposti nel corso della storia all'amministrazione di molti governanti stranieri, hanno dovuto giocoforza sviluppare. E anche la risposta di Don Fabrizio è emblematica: "...E dopo sarà diverso, ma peggiore."
La vita del principe da allora prosegue in modo monotono e sconsolato, fino alla sua morte che lo coglie in un'anonima stanza di albergo nel 1883, mentre tornava da Napoli, viaggio intrapreso per sottoporsi a visite mediche. Nella sua casa rimarranno le tre figlie nubili, inacidite da una vita chiusa e solitaria.
Curiosamente, anche Giuseppe Tomasi di Lampedusa morì in una modesta camera d'albergo, lontano da casa, in un viaggio intrapreso per cure mediche.

ANALISI DEI PERSONAGGI PRINCIPALI

 Don Fabrizio Corbera Principe di Salina:E' il protagonista del romanzo. L’autore lo introduce nel tessuto narrativo attraverso graduali descrizioni, che ne permettono una presentazione prima fisica e successivamente anche psicologica. L’immagine che se ne ricava è quella di un uomo di grande forza e di dimensioni spropositate, ma non per questo grasso; di circa quarantacinque anni d’età, aveva una pelle bianchissima e i capelli biondi, che tradivano chiare origini tedesche. La sua forza era tremenda: sapeva accartocciare come carta velina le monete da un ducato, mentre le posate necessitavano frequentemente di riparazioni a causa della sua contenuta ira, che gli faceva piegare forchette e cucchiai. Anzi, spesso sono le sue mani a tradirne i pensieri, altrimenti impenetrabili: durante l’incontro con Chevally aveva afferrato una piccola cupola di San Pietro, e poco dopo la croce che stava sulla sommità, venne trovata spezzata. Altro specchio della sua anima sono gli occhi, chiari, ma capaci di rivelare tutto l’orgoglio che è in lui.
La sua condizione di paterfamilias induce in lui una certa autorevolezza, accompagnata da una rigidità morale e da un evidente orgoglio personale. È proprio per soddisfare parte di questa fierezza, quasi autostima, che don Fabrizio si applica con tanta costanza agli studi astronomici e matematici: la scoperta di due pianetini, Salina e Svelto, gli fruttano un discreto riconoscimento pubblico e, soprattuto, grandi soddisfazioni private. Ciò che il Principe cerca e che solo lo studio degli astri sembra concedergli, è un rifugio, un’estraniazione dalle occupazioni e preoccupazioni quotidiane, ma anche un’occasione per alzarsi ad una visione rasserenante dell'universo. Nonostante i sette figli, Fabrizio preferisce a loro il nipote Tancredi, nel quale vede rivivere il giovane gattopardo che lui stesso era stato in gioventù. Questa sua chiara predilezione si manifesta non solo nella difesa della reputazione del nipote, nei favori economici concessi, ma anche nella convinzione che il giovane non abbia più alcuna colpa.
Ciò che lo caratterizza è la sua abbandonata disillusione, che è allo stesso tempo disincanto e lucida coscienza della situazione di trapasso storico, sociale e anche morale in cui vive. Questo si traduce in un continuo scontento che lo porta ad osservare la rovina del proprio ceto, alla quale assiste senza poter né voler intervenire. Ormai è scettico: scettico che le cose possano cambiare, scettico che si possa fare veramente qualcosa per riparare la situazione.
Tra i pensieri che affollano la mente del Principe, la morte è compagna di molte riflessioni; ma don Fabrizio non ha un giudizio negativo su di essa: del resto la vede come un’opportunità per staccarsi dalle noie, dalle angosce e dalle inquietudini della vita, un biglietto per un nuovo mondo più puro e più sereno. Non guarda dunque alla morte come un totale annullamento della persona, né come un passaggio nell'oltretomba cristiano. È invece vissuta come una liberazione da un’esistenza ormai priva di senso, come uno sgretolarsi della personalità legato ad un vago presagio di una vita non terrena: è per questo che spesso, soprattutto nel V capitolo, Fabrizio invoca impaziente l’eterno sonno. Alla fine è accontentato: all'età di 68 anni incontra questa strana creatura bramata da sempre che amorosamente si avvicina a lui.

 Tancredi Falconeri:Morto il padre, che dopo aver sposato la sorella di don Fabrizio aveva provveduto a sperperare per bene quasi tutto il suo patrimonio; morta anche la madre, Tancredi viene affidato a 14 anni allo zio perché ne sia il tutore. Simile allo zio nell’aspetto germanico ( occhi azzurri, quasi grigi), era magro nel volto eaveva una voce leggermente nasale. 
Il giovane Falconeri è un ragazzo esuberante e irrequieto, spesso imprevedibile, ma a volte interrotto da improvvise crisi di serietà; non può certo essere considerato un modello esemplare di valori e virtù, ma nonostante ciò è pur sempre un bravo ragazzo, intelligente e astuto. Forse è un po’ troppo facilmente condizionabile da pressioni esterne, che lo portano a simpatizzare per i liberali e ad arruolarsi tra le file dei garibaldini. Sa far buon uso della sua intelligenza e dell'arte di accattivarsi il favore del popolo per meglio dominarlo.
I critici azzardano l’ipotesi che il personaggio di Tancredi Falconeri possa essere stato ispirato da un certo Corrado Valguarnera, l'unico patrizio palermitano che seguì i Mille. In effetti Tancredi si distingue subito da tutti gli altri protagonisti che ruotano attorno a Don Fabrizio, per la sua decisione di schierarsi tra i garibaldini, pur appartenendo all'aristocrazia palermitana. È solito spiegare questa sua risoluzione con il fatto di temere di venire imprigionato al primo scoppio di un'insurrezione; tuttavia il vero motivo è un altro: lui stesso aveva affermato che se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi.Ha capito che la rovina più grande per gli aristocratici non è la conquista dei Savoia, ma la caduta della monarchia e l'instaurazione della repubblica, che verrebbe accompagnata da un profondo cambiamento sociale. Per questo motivo decide di partecipare al movimento rivoluzionario. L’innamoramento con Angelica sembra trasformare sensibilmente l’animo del ragazzo, che pare mettere “la testa a posto”. Il profondo amore che lo lega ad Angelica gli riempie cuore e anima e non gli lascia più spazio per le preoccupazioni della classe sociale a cui appartiene la sua futura moglie. Il sentimento di forte unione che lo avvicina al Principe, si può spiegare con le caratteristiche proprie del carattere dei due uomini: caratteri comuni nell’esuberanza e nell’orgoglio; in più Tancredi è dotato di quelle qualità che don Fabrizio vorrebbe ritrovare in un principe ideale: è affettuoso, beffardo intelligente, adattabile. In lui sente ruggire il cuore di un vero Gattopardo, lui che ormai vecchio, non se la sente più di attaccare il nemico.

Concetta Corbera: All'inizio del romanzo Concetta ci appare come una signorinetta orgogliosa e innamorata del cugino. Il padre intuisce i suoi sentimenti durante il pranzo, subito dopo la partenza di Tancredi: parlando di lui, sul volto della figlia nota una certa ansia.
Concetta riceve le attenzioni del conte milanese che accompagna il generale garibaldino, invitato da Tancredi alla villa per vederne gli affreschi; ma ella è preoccupata esclusivamente della "brutta cera" del cugino. Nei confronti del padre ha una "perpetua sottomissione", piegandosi ad ogni manifestazione della volontà paterna. Ma un "bagliore ferrigno" brilla nei suoi occhi quando le bizzarrie alle quali ubbidisce sono davvero troppo vessatorie. Non osa confessare al padre il proprio innamoramento per Tancredi e ne incarica padre Pirrone: le attenzioni, gli sguardi, le mezze parole del cugino l' hanno convinta a tale decisione. Non è lieto della notizia Don Fabrizio a cui sembra stare più a cuore il destino di Tancredi di quello della figlia: "timida, riservata, ritrosa, con tante virtù passive, sarebbe stata sempre la bella educanda che era adesso, una palla di piombo ai piedi del marito".
Durante il primo pranzo a Donnafugata Concetta sente che il cugino è attratto dalla bellezza di Angelica e spera che egli noti i suoi difetti, la sua differente educazione.
Quando il cugino racconta l'episodio dell'assalto ad un convento di clausura, Concetta, con le lacrime agli occhi, ha parole molto dure nei suoi confronti, quasi si sia ormai resa conto della rottura di ogni sentimento fra loro. A Donnafugata Concetta incontra nuovamente il conte milanese Carlo Cavriaghi, che le rivolge molte attenzioni essendo innamorato di lei. Lei però delude le speranze amorose del conte. Tiene lo stesso atteggiamento gelido in occasione del ballo a casa Ponteleone, tanto da allontanare i giovanotti più cortesi.
Alla morte del padre è l'unica a non versare alcuna lacrima, risentita ancora di essere stata da lui sacrificata per il "bene" del "suo" Tancredi.
Assieme alle sorelle Caterina e Carolina diviene proprietaria della villa Salina e, dopo aspre lotte per l'egemonia della famiglia, assume il rango di padrona di casa.
E' ormai sulla settantina: "Nella persona di lei emergevano ancora i relitti di una passata bellezza: grassa e imponente nei suoi rigidi abiti di moire nera, portava i capelli bianchissimi rialzati sulla testa in modo da scoprirne la fronte quasi indenne; questo, insieme agli occhi sdegnosi e ad una contrazione astiosetta al di sopra del naso, le conferiva un aspetto autoritario quasi imperiale".
La visita di Tassoni, ospite di Angelica, le rivela che l'episodio dell'assalto al convento narrato da Tancredi è falso: comprende allora che il suo avvenire è stato ucciso dalla propria imprudenza, dal suo impeto rabbioso, caratteristico dei Salina. Ancora una volta riceve una grande delusione: le viene a mancare la consolazione di poter attribuire ad altri la propria infelicità. Perdono così di significato anche le lunghe ore passate "in saporosa degustazione di odio" dinanzi al ritratto del padre. Crede di scoprire qual è stato lo sbaglio commesso nei confronti di Tancredi, suo grandissimo e perduto amore: l'orgoglio che ha deciso della sua vita e l'ha consegnata ad una lunga esistenza di solitudine. Si ritira così nella sua camera, che ora le sembra un mondo noto ma estraneo; chiama la cameriera e le ordina di portar via Bendicò, il cane imbalsamato, caro al padre. Anche lui "insinua ricordi amari". 

Don Calogero Sedara: Ha sempre le guance mal rasate, accento plebeo, abiti bislacchi, un persistente olezzo di sudore, ma una rara intelligenza. Infatti molti problemi che al Principe appaiono insolubili, vengono da lui risolti prontamente. A Donnafugata è riuscito ad impossessarsi, in breve tempo e con poco, di molte terre. Ora le sue rendite sono quasi uguali a quelle di Don Fabrizio. Insieme alla ricchezza però cresce anche la sua influenza politica, tanto da dargli la certezza di diventare deputato a Torino. Egli rappresenta l'uomo nuovo, rappresentante di quella nuova classe borghese destinata a sostituire il ceto nobiliare. Frequentando Don Fabrizio impara che il fascino scaturisce anche dalle buone maniere e si rende conto di quanto un uomo beneducato sia piacevole.

Angelica Sedara: Alta, ben fatta, occhi verdi un po' crudeli, mostra apertamente il suo compiacimanto per la posizione raggiunta dal padre. Il suo ingresso alla famiglia dei Salina avviene durante il pranzo ufficiale di Donnafugata, in sostituzione della madre; ma già al suo arrivo lascia tutti con il fiato in gola. Sedotti dalla sua bellezza, gli uomini sono incapaci di notare i non pochi difetti che questa bellezza ha. Tancredi si innamora di lei, ma Angelica ha troppo orgoglio, troppa ambizione per essere capace di avvicinarsi veramente al giovane. Tuttavia è innamorata di lui, dei suoi occhi azzurri, della sua affettuosità scherzosa, di certi toni improvvisamente gravi della sua voce.
A lei importa poco dei tratti di spirito, dell' intelligenza di Tancredi. In lui vede soprattutto la possibilità di avere un posto eminente nel mondo nobile della Sicilia, mondo che considera pieno di meraviglie e che in realtà è assai differente da quello che immagina. In Tancredi desidera anche un vivace compagno di abbracciamenti. Se per di più è anche intellettualmente superiore, tanto meglio. 
Quando finalmente don Fabrizio chiede a don Calogero la mano della figlia per conto di Tancredi, dopo i primi incontri, le visite alla Villa Salina divengono sempre più frequenti e permettono ai giovani di prendere gusto a inseguirsi, perdersi e ritrovarsi tra i vari locali del palazzo: "Quelli furono i giorni migliori della vita di Tancredi e di quella di Angelica, vite che dovevano poi essere tanto variegate, tanto peccaminose sull' inevitabile sfondo di dolore. Ma essi allora non lo sapevano ed inseguivano un avvenire che stimavano più concreto benchè poi risultasse formato di fumo e di vento soltanto. Quando furono divenuti vecchi e inutilmente saggi i loro pensieri ritornavano a quei giorni con rimpianto insistente: erano stati giorni del desiderio sempre presente perchè sempre vivo, dei letti, molti, che si erano offerti e che erano stati respinti, dello stimolo sessuale che appunto perchè inibito si era, un attimo, subblimato in rinunzia, cioè in vero amore. Quei giorni furono la preparazione a quel matrimonio che, anche eroticamente, fu mal riuscito". 
Il ballo a palazzo Ponteleone offre ad Angelica la possibilità di mettere in pratica gli insegnamenti di Tancredi sul modo di comportarsi nell'ambiente aristocratico: per la prima volta la vediamo assumere un contegno adeguato, di orgoglio non più apertamente ostentato. La sua vita matrimoniale però non è senza screzi e incomprensioni, talvolta tradisce il marito, per esempio con Tassoni, ma alla morte di Tancredi, ne gestisce con disinvoltura le glorie passate.

Padre Pirrone: è l’uomo di chiesa di casa Salina e il precettore dei figli di Don Fabrizio.

I LUOGHI E IL TEMPO (NARRATIVO E STORICO)

 Il romanzo è ambientato in uno dei momenti più significativi della storia del nostro Paese poiché vede la nascita dello stesso Stato Italiano. 
Il narratore racconta a partire dal maggio del 1860: siamo all’indomani dello sbarco dei Mille a Marsala , avvenuto l’11 maggio di quell’anno. Interrotta da varie ellissi temporali, l’azione prosegue fino al maggio del 1910, coprendo così un arco di tempo di cinquant’anni esatti.
Siamo negli anni del trapasso fra il regno borbonico e il regno d’Italia: la decadenza e il tramonto di una società, delle sue secolari istituzioni e dei suioi ideali, sono colti emblematicamente nelle vicende della casa Salina, e in particolare del capofamiglia, il Principe Fabrizio. È dunque molto significativa la scelta del contesto storico dell’opera, perché permette di sottolineare questa rottura inevitabile con la tradizone del passato.
Le vicende coprono un arco di tempo molto lungo, in quanto, estendendosi dal 1860 al 1910, occupa un arco di tempo di ben cinquant’anni. In realtà l’azione non è del tutto continua: frequenti sono infatti gli scarti temporali, che possono essere facilmente rintracciabili nel testo in quanto lo stesso autore pone a inizio di ogni parte una precisa indicazione temporale: tali indicazioni sono una prova evidente della sfasatura tra la fabula e l’intreccio. Notiamo così che, se nelle prime sei parti la cronologia è lineare e segue lo scorrere dei mesi, nel settimo capitolo, si ha un brusco passaggio che ci proietta direttamente nel momento della morte del Principe; mentre nell’ultima parte, l’ottava, si ha un ancor più marcato distacco di ben ventisette anni: dal 1883 si passa infatti al 1910. 
Si potrebbe ritenere che il ritmo narrativo sia allora abbastanza accelerato, data la condizione di sintesi del testo. Il fatto è che, all’interno della narrazione , sono frequenti i momenti di riflessione e, parallelamente, le descrizioni di luoghi, personaggi e situazioni, sono abbondanti. Pertanto il ritmo dell’azione è piuttosto lento, e scorre monotonamente quasi come scorreva la vita dei Salina.

L’azione è ambientata nella Sicilia di fine Ottocento, dove i personaggi si spostano dalla vecchia residenza dei Salina, presso Palermo, alla villa estiva di Donnafugata, un paese perso nella calda e desolata campagna siciliana. 
Nella descrizione degli spazi Tomasi si mostra molto attento ai particolari: ogni luogo è presentato con pochi ma efficacissimi tocchi, che ne sottolineano ovunque la sfarzosità e l’antico passato glorioso. Così cornici d’oro e suppellettili d’argento si ritrovvavano per tutta la casa, arazzi raffinati e mosaici policromi adornavano le grandi sale della reggia, mentre i grandi antenati dei Salina e gli dei pagani controllavano dai quadri e dalle pareti ogni mossa all’interno del palazzo. 
Su tutto estendeva la sua potenza il Gattopardo , lo stemma della famiglia, che veniva nascosto in ogni stanza: sul soffitto, alle pareti, sui suppellettili, perfino sull’argenteria. È modo per rievocare lo sfarzo e la gloria passati, un’occasione per ricordare la necessità di unità all’interno della famiglia. 
Negli esterni invece si stenta a ritrovare quella grandiosità che si può riscontrare negli interni. Il giardino di Palazzo Salina, ad esempio viene efficacemente presentato come “un giardino per ciechi: la vista costantemente era offesa ma l’odorato poteva trarre da esso un piacere forte benché non delicato.” Le piante venivano infatti accostate disordinatamente, senza criterio, così che anche gli accostamenti di profumi si scontravano gli uni con gli altri. A Donnafugata, invece, ciò che stonava erano le statue di dee senza naso e il Nettuno scolpito piuttosto grossolanamente. 

FABULA
La figura centrale del romanzo è don Fabrizio Salina, un ricco siciliano di antiche origine patrizie, la cui casata, rappresentata da un gattopardo, è sempre stata rispettata dagli abitanti dei propri feudi. Dalla sua famiglia, don Fabrizio è considerato un vero e proprio paterfamilias, cui sono demandati tutti i poteri e le decisioni. Forte della sua autorevolezza, non risparmia nemmeno i suioi cari, che più volte disprezza per la loro piattezza morale. Unica eccezione al suo giudizio è l’amato nipote Tancredi: nella sua prontezza di spirito, vivacità ed esuberanza, il Principe rivede ruggire un giovane Gattopardo, così come lo era stato lui in passato.Tancredi non esita a mostrare ancora una volta la sua irrequietezza ed imprevedibilità, decidendo di arruolarsi nelle truppe garibaldine; ma in un combattimento rimane ferito. 
Gran parte dell’opera è ambientata a Donnafugata, un feudo dei Salina, dove vi possiedono la residenza estiva. Di questo paese è personaggio eminente don Calogero Sedara, il sindaco, che in breve tempo aveva saputo raccogliere, grazie alla propria arguzia , un patrimonio tanto vasto da sfiorare quello del Principe, e che perciò era rappresentante di quella classe destinata a sostituire il ceto nobiliare, ad assumerne il potere economico e politico, e che appare dunque figura contrapposta, se non antitetica, a quella del principe Fabrizio. Figlia di Calogero Sedara è la bella e prorompente Angelica, di cui ben presto si innamora Tancredi, fino a chiederla in sposa. L’assenso che il principe dà al matrimonio costituisce la resa ai nuovi principi sociali e ideologici da parte di una classe ormai incapace di rinnovarsi: lo testimonia, tra l’altro anche il fatto che il matrimonio è “a dote invertita”: Tancredi è infatti squattrinato per la scellerata gestione del patrimonio del defunto padre ( cognato del Principe ), Angelica invece gode di una più prospera situazione economica . Tutto ciò sarebbe stato impensabile solo fino a qualche anno prima. 
Quando dal Principe arriverà il piemontese Chevalley per offrirgli la carica di senatore del Regno d’Italia,questi rifiuterà: il motivo del suo diniego è l’impossibilità per lui, uomo di un passato ormai giunto al suo crepuscolo, di credere nel futuro e operare in esso. 
Padre Pirrone, il sacerdote di casa Salina, è il protagonista di una rilevante digressione, significativa per la rivalutazione del prelato. Nelle prime pagine, l’autore non si risparmia di dipingerlo come un uomo poco fedele ai princìpi cristiani: la sua vita, sciatta e monotona, era consacrata a concedere assoluzioni al Principe per le sue scappattelle notturne. Dopo il suo ritorno al paese natale di San Cono, invece, diventa un piccolo eroe, quando, grazie alla sua astuzia e abilità diplomatica, riesce a sciogliere i nodi di un’intricata lite familiare fra popolani. 
Poco a poco la vita del Principe si tinge sempre più di nero; una luce in questa sua condizione è offerta da Angelica: la ragazza concede al Principe un ballo, ultimo viaggio in un mondo, quello dei giovani, che gli sta sfuggendo di mano. 
Con uno scarto cronologico, il romanzo si sposta al 1883 per descrivere la morte del Principe; una morte attesa e invocata, vissuta come liberazione da un’esistenza priva di senso: poco prima di spirare aveva infatti riflettuto sul suo passato, sulla sua vita, e aveva concluso di averne vissuta veramente poca. 
Le ultime pagine giungono fino al 1910, quando le sorelle Salina, Concetta, Caterina e Carolina, ormai vecchie e sole, assistono alla distruzione delle reliquie custodite nella loro cappella di famiglia, alle quali veniva affidato il senso della continuità con il passato: quest’atto sigla la definitiva cancellazione di un’epoca. 

TEMATICHE TRATTATE DALL’OPERA
Attraverso l’analisi del romanzo di Tomasi di Lampedusa emergono diverse tematiche che l’autore ha desiderato evidenziare. 
- in primo luogo un tema molto ricorrente è quello della morte inevitabile per chiunque. Insieme con questo emerge spesso il disfacimento degli individui. 
- il carattere dei siciliani, tutti parecchio presuntuosi, sicuri di sé e molto tradizionalisti. Non molto disposti a cambiare le cose, perché probabilmente impauriti da ciò che non conoscono. 
- il disprezzo che provano i nobili nei confronti dei borghesi (nel romanzo Don Fabrizio e Don Calogero rappresentano le due categorie). 
- l’ascesa, durante quel periodo, di questa classe borghese contro la perdita di potere di quella nobiliare. La causa di tale fenomeno è la maggiore attività della classe in crescita, più intraprendente, più motivata a ottenere vittorie, nonostante sia forse più volgare dell’altra.


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