Alessandro Manzoni
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- Categoria: Dal 1700 al 1850
- Pubblicato Domenica, 24 Aprile 2011 22:03
- Scritto da Frank
In questa unità
- 1 La vita di Alessandro Manzoni
- 2 Le opere classicistiche
- 3 Gli inni sacri
- 4 Le tragedie
- 5 I Promessi Sposi
LA VITA
Nato a Milano nel 1785, Alessandro Manzoni è uno dei più illustri rappresentanti dell’Illuminismo lombardo. Ricevette un’educazione classica in collegi retti da padri comaschi e barnabiti, ma maturò ben presto una profonda avversione verso questi metodi pedagogici e verso l’arido formalismo religioso di questi ambienti. Finita l’esperienza del collegio, che durò fino al 1801, Manzoni si inserì nel contesto culturale milanese del periodo napoleonico e strinse presto amicizia con Cuoco, Lomonaco, Monti e Foscolo.
Visse la sua vita alternando giochi e divertimenti ad un intenso lavoro intellettuale che lo portò a scrivere il romanzo più famoso della letteratura italiana: i Promessi Sposi.
Nel 1805 si trasferì a Parigi dove raggiunse la madre, vedova dell’uomo con il quale aveva vissuto dopo la separazione col padre: un certo Carlo Imbonati. Tra Alessandro e sua madre, nacque, in questo periodo, un forte legame che segnerà profondamente la vita dello scrittore.
Nell’ambiente parigino, Manzoni entrò in contatto con gli “ideologues” (gli ideologi), un gruppo di intellettuali che erano eredi del patrimonio illuministico (de Tracy, Cabanis, Thierry e, soprattutto, Fauriel, con il quale Manzoni strinse una forte amicizia e che incise anche sulla sua conversione religiosa). Le loro idee ebbero un ruolo fondamentale nella formazione delle idee filosofiche, politiche, morali e letterarie di Manzoni.
Ai più è noto che Manzoni si convertì alla fede cattolica. Su questo periodo della sua vita, lo stesso autore però mantenne uno stretto riserbo, così come lo mantenne per tutte le faccende private. Proviamo a ipotizzare il motivo. Dovette essere determinante l’influsso della Enrichetta Blodel, sua moglie, che durante il soggiorno a Parigi si convertì dal calvinismo al cattolicesimo. Esempio che seguì anche Manzoni in seguito al primo manifestarsi di una serie di crisi nervose che lo accompagnarono per il resto della sua vita.
Nel 1810 lasciò Parigi e tornò definitivamente a Milano. A Milano tornò un uomo diverso, un uomo che aveva una visione diversa della realtà, ormai integralmente ispirata al cattolicesimo. Abbandonò quindi alcuni suoi progetti e la poesia classicheggiante, per immergersi nella stesura di una serie di Inni Sacri, una sorta di preludio alle sue opere successive, di chiaro stampo romantico.
Manzoni, è bene ricordarlo, fu vicino al movimento romantico milanese, ma non partecipò mai alle polemiche tra classicisti e non collaborò mai con la rivista “Il Conciliatore”.
Un atteggiamento simile lo riscontriamo anche nel campo politico: seguì entusiasta gli avvenimento del 1820-21, ma non vi partecipò attivamente.
Furono questi gli anni più proficui dal punto di vista creativo: nacquero le odi civili: la Pentecoste, le tragedia, le prime due stesura del romanzo, le Osservazioni sulla morale cattolica, il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia e i saggi di teoria letteraria sulle unità drammatiche e sul Romanticismo. Questa fertilità creativa durò relativamente poco: nel 1827, con la pubblicazione dei Promessi Sposi. Manzoni abbandonò completamente la poesia, considerandola falsità di contro al vero storico e morale (la poesia, come scrive in una lettera a Monsieur Chauvet, è utile a ricostruire i moventi psicologici dei fatti, i pensieri, i sentimenti che li hanno accompagnati negli animi dei protagonisti, e di cui la storia non ha conservato documenti. La dinamica dei fatti, però non può essere oggetto del poeta: questa è offerta dalla storia).
Costituito il Regno d’Italia, nel 1860, Manzoni fu nominato senatore. Pur essendo cattolico, fu sempre contrario al potere temporale della Chiesa e favorevole a Roma capitale. Morì all’età di 88 anni nel 1873; gli furono tributato solenni funerali e fu sepolto nel cimitero monumentale.
LE OPERE CLASSICISTICHE
Tra il 1801 e il 1810, Manzoni compone opere in pieno stile classicheggiante. Il linguaggio è aulico, fitto di rimandi mitologici e dotti e ricorda le poesie di Monti (Trionfo della libertà), Foscolo e Parini (Adda). Nel 1805 scrive il Carme in morte di Carlo Imbonati, molto ammirato dal poeta e considerato quasi come un padre. Altri poemetti di gusto neoclassico sono: Urania (1809) e A Parteneide. Il distacco dal classicismo si materializza in una lettera indirizza a Fauriel nella quale considera i versi fino ad allora composti come mancanti di interesse. Questo è il sintomo di un distacco dal gusto e dalla cultura classica: c’è bisogno di rinnovamento, di una letteratura nuova. Dopo un silenzio durato tre anni, riprende a comporre con uno stile completamente nuovo.
GLI INNI SACRI
Come abbiamo già visto, per Manzoni la conversione fu un fatto totalizzante. Questo è ben visibile nelle “Osservazioni sulla morale cattolica” (1819), in risposta allo storico ginevrino Simonde de Sismondi che affermava come la morale cattolica fosse alla radice della corruzione del costume italiano. Manzoni invece affermava che la religione era la fonte di tutto ciò che è buono e vero, unico punto di riferimento per ogni tipo di scelta, che sia morale politica o intellettuale.
Muta in Manzoni anche la concezione della storia: per i classicisti il mondo romano era il modello supremo di civiltà, per l’autore lombardo, invece, i Romani furono un esempio di popolo violento, feroce e oppressore. Nacque in lui un nuovo interesse verso il Medio Evo cristiano, questo sì, modello per la civiltà moderna.
Inoltre Manzoni rifiuta quella storia che celebra solo i grandi, i potenti e i vincitori, mentre mostra interesse per i vinti, gli umili e le masse.
Cambia anche la concezione di letteratura. Il tema centrale delle opere Manzoniane è quello della caduta, del male radicato nella storia, della miseria dell’uomo incline al peccato. Diretta conseguenza è una visione tragica del reale che rifiuta totalmente la visione idillica, tipica del mondo classico. Come detto, nasce il bisogno di una nuova letteratura, un’arte che guardi al vero della condizione dell’uomo e che sia libera da ogni finzione evasiva. La sua poetica può essere riassunta in tre termini: l’utile, il vero e l’interessante: “l’utile per iscopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo” (lettera a Cesare d’Azeglio).
Nella sua produzione, possiamo considerare gli Inni Sacri (1812-1815) come primo classico esempio di un tipo nuovo di poesia. Manzoni rifiuta totalmente il mondo consacrato da Monti e da Foscolo (il culto del mondo antico) e decide di cantare temi che siano attuali e vivi nella coscienza contemporanea. In altre parole, temi aderenti al “vero” e che possano interessare ad una larga massa di persone. La metrica utilizzata è agile (settenari, ottonari, decasillabi) e il linguaggio si libera delle forme auliche classiche, senza però abbassarsi ad una dizione meramente prosastica.
Gli Inni erano originariamente dodici, ma ne vennero pubblicati soltanto quattro: La Resurrezione, Il Natale, La Passione, Il nome di Maria. Vi fu anche un quinto inno, la Pentecoste, che venne portato a termine solo molti anni dopo, nel 1822.
Di questo periodo è anche la nota poesia “Il Cinque Maggio”, in cui emerge il pessimismo di Manzoni nei confronti di chi agisce nella storia alla ricerca della grandezza. Ciò infatti significa provocare inevitabilmente distruzioni, sofferenze e morte. Ciò però non significa che Manzoni neghi la possibilità di agire nella storia, ma questo agire deve essere fatto al servizio degli altri uomini, alleviando miserie e afflizione e combattendo ingiustizie e soprusi (Cristoforo e Federigo ne I Promessi Sposi).
Concludiamo la carrellata di opere del post-conversione con l’Adelchi nel quale il Manzoni coglie l’occasione di attualizzare la storia per discutere i problemi politici dell’oggi (questa sarà anche la soluzione del romanzo)
LE TRAGEDIE
Anche nel campo delle tragedie, Manzoni ha apportato numerose novità, soprattutto in due punti:
a) la scelta della tragedia storica;
b) il rifiuto delle unità aristoteliche
La tragedia classica, pensiamo a Racine e ad Alfieri, metteva in scena personaggi ed eventi storici in uno spazio astratto, fuori dalla storia. I fatti, inoltre, seguendo alla lettera le unità aristoteliche, si svolgevano nell’arco di una giornata, non vi erano mutamenti di scena e non si interecciavano fra loro più azioni diverse.
In Manzoni, invece, le tragedie sono collocate all’interno di un contesto storico ben preciso (da qui la nascita della tragedia storica) . La ricerca del vero storico esclude quindi l’osservanza delle unità classiche. Secondo Manzoni, il ricercare di chiudere lo sviluppo di un’azione in stretti limiti di tempo e di luogo, costringe il poeta ad esagerare le passioni. Da qui nasce il “falso” della tragedia classica, cioè quella forzatura dei caratteri e delle passioni che non corrisponde alla maniera d’agire degli uomini nella realtà.
La prima tragedia è “Il Conte di Carmagnola” (1816-1820), tragedia che si incentra sulla figura di un capitano di venuta del Quattrocento, Francesco Bussone. Il tema principale di quest’opera è la visione manzoniana della storia umana, ovvero come trionfo assoluto del male. Tematiche simili vengono toccate nell’Adelchi (1822).
I PROMESSI SPOSI
I Promessi Sposi vengono trattati in dettaglio qui. Rimandiamo pertanto a questo link per un maggior approfondimento del tema.


