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La coscienza di Zeno - Capitolo 4


RIASSUNTO E ANALISI DEL CAPITOLO 4 - LA COSCIENZA DI ZENO
LA MORTE DEL PADRE


In questa parte della sua autobiografia, Zeno ricorda i suoi genitori morti rievocando le tormentose incomprensioni avute con suo padre, la cui morte viene definita come “l’avvenimento più importante” della sua vita.

Zeno aveva perso la madre all’età di 15 anni e, grazie all’aiuto della fede, era riuscito a elaborare il lutto piuttosto rapidamente confidando nella sopravvivenza dell’anima. Al contrario, la morte del padre, fu per lui una “vera e propria catastrofe” e, avendo perso il conforto della fede, non esisteva nulla che potesse alleviare il suo dolore. A poco più di trent’anni Zeno si sentiva “un uomo finito”.

I rapporti con il padre, ricorda Zeno, furono sempre piuttosto problematici ed egli cercava sempre di evitare la sua compagnia. Anche il modo in cui lo aggettivava (“vecchio Silva manda denari”) era sintomo di un rapporto non certo facile. Ci volle la malattia incurabile per avvicinarsi a lui e provare così un sentimento di affetto. I tentativi di riconciliazione erano però resi difficoltosi dalla grande differenza di carattere tra i due: Zeno era alla ricerca di un continuo, seppur velleitario, miglioramento, al contrario il padre viveva “perfettamente d’accordo sul modo come l’avevano fatto”.  In altre parole: Zeno era un giovane inquieto ed emotivo, mentre il padre era una persona che, nonostante immancabili vizi (come il fumo e qualche scappatella individuale) viveva bene con se stesso.
Inoltre il padre considerava Zeno incapace di affrontare ogni tipo di problema del vivere quotidiano, ma ciò che più lo preoccupava era la sua distrazione e volubilità di carattere. Ad esempio il cambio di facoltà operato da Zeno: da Giurisprudenza a Chimica e poi nuovamente a Giurisprudenza.  Proprio per le ragioni sopra-esposte, al momento del testamento, il padre pose l’eredità del figlio nelle mani dell’esperto amministrator Olivi. Una scelta che tra l’altro permise a Zeno di non dover lavorare.
Da questo momento Zeno iniziò a comportarsi affettuosamente verso il genitore, lo accompagnava dal medico per le cure che, ad ogni modo, egli rifiutava preferendo non dare troppo peso alle sue, seppur precarie, condizioni di salute.

L’anno successivo, Zeno, a causa di una lunga discussione avuta per strada con un amico circa le “origini del Cristianesimo”, arrivò a casa più tardi del solito. Il padre lo accolse affettuosamente e, una volta seduti a tavola, gli chiese se si era riavvicinato alla fede. La risposta del giovane Cosini fu netta: il Cristianesimo, come un qualsiasi altro fenomeno, andava affrontato in modo critico.
Di fronte a tale atteggiamento il padre, sempre più indebolito dalla malattia, cercò di spiegargli le sue ragioni e di trasmettergli quegli insegnamenti che era riuscito a trarre dalla sua lunga esperienza di vita. A causa della stanchezza però, non riuscì ad esprimere il proprio pensiero e Zeno, spinto dalla commozione, lo rassicurò sul fatto che l’avrebbe ascoltato il giorno successivo quando si sarebbe rimesso in forze.

Nella scrittura dell’autobiografia, Zeno si rende conto di quanto abbia sbagliato nel non rendersi conto della gravità della situazione e quindi di non aver chiamato un medico. Abbracciò forte il padre e, accompagnandolo verso la stanza da letto con l’aiuto della signora Maria, la donna di servizio, lo salutò. Quella notte stessa il padre fu colto da un primo attacco di paralisi, dovuto ad un edema cerebrale. Zeno scoppiò in un pianto incontrollato e fu letteralmente divorato dai sensi di colpa per non essere mai stato troppo comprensivo nei confronti del vecchio genitore. Come suo solito era incapace di gestire una così difficile situazione e fu grazie allo spirito pratico della signora Maria che venne fatto chiamare un medico per soccorrere il padre, ormai incosciente.

Durante la lunga attesa per l’arrivo del dottore, Zeno si sedette su un divano vicino al padre che respirava in modo assai affannoso, come una “locomotiva che trascina una sequela di vagoni per un’erta”. A ben vedere questa era la stessa identica immagine che venne in mente al protagonista all’inizio della terapia con il dottor S. Quando il dottor Coprovich arrivò nella villa e visitò il padre, affermò che la situazione era gravissima e che l’unica cosa da fare era somministrargli delle “mignatte” (le sanguisughe) per alleviare il suo dolore e fargli riprendere conoscenza.  L’ipotesi che il padre potesse “rimettersi dal suo torpore per poi vedersi morire” impressionò a tal punto Zeno che seguì un’accesa discussione con il medico che però, forse con eccessiva inflessibilità, operò ugualmente. Il risultato fu che il respirò dell’anziano genitore si regolarizzò e per un certo istante aprì gli occhi. Zeno, sperò che non li riaprisse mai più per non soffrire ulteriormente.


Una volta che il dottore se n’era andato, Zeno, provato dalla lunga e travagliata notte, cadde in un sonno senza sogni. Prima di proseguire nel racconto di questa vicenda, il narratore torna al presente e afferma che il giorno precedente della scrittura di questo episodio, Zeno aveva fatto un sogno in cui riviveva la discussione con il dottor Coprovich sul miglior metodo di cura. In questo scambio di battute “immaginario” però, le parti erano invertite. Era il medico a spingere per un “abbandono” del malato, mentre Zeno esigeva l’applicazione delle sanguisughe.

Nei giorni successivi, le condizioni del padre miglioravano gradualmente tant’è che un giorno Carlo, l’infermiere che assisteva il genitore, avvisò  Zeno che suo padre si era alzato in piedi e che, con estrema difficoltà, pronunciava delle parole.  In un continuo alternarsi di stati di lucidità ad altri di completa pazzia, una notte Zeno vide suo padre intento a contemplare la costellazione delle Pleiadi. Invitò anch’egli a guardare il cielo stellato, ma, non appena Zeno si avvicinò alla finestra, il vecchio si “abbandonò esausto sulla poltrona”.

Nonostante le continue raccomandazioni del medico al padre di non alzarsi dal letto, egli era assai inquieto e si aggirava senza meta per casa. Quando un giorno Zeno non gli permise di alzarsi, il padre si ribellò e “con uno sforzo supremo arrivò a mettersi in piedi, alzò la mano alto alto” e “la lasciò cadere” sulla guancia del figlio. Stremato dallo sforzo, cadde morto sul pavimento.

Fu questo l’episodio che segnò pesantemente l’esistenza di Zeno che cercò in ogni modo di trovare una giustificazione a questo atto. Si convinse che il gesto era stato del tutto involontario, anzi, era determinato dal “tentativo di facilitarsi la respirazione”. Al contrario però, l’infermiere che era presente al momento della morte, commentò l’avvenimento con la convinzione che il padre avesse voluto punire il figlio.

In seguito a questo traumatico evento, Zeno confessa (non si sa quanto sinceramente) di aver ritrovato la fede che gli aveva permesso di superare il lutto della madre, nonostante però continuasse a manifestare, nei rapporti con gli altri, un certo scetticismo verso “ogni pratica religiosa”.


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